Gran parte dell’università italiana, in questi giorni di fermento sociale, è scesa in piazza per protestare contro il ddl Gelmini approvato alla Camera dei Deputati. Prima del 14 dicembre, giorno in cui il Parlamento voterà la fiducia all’attuale Governo, passerà all’esame del Senato dove, a questo punto, il via libero definitivo pare scontato.
Opinione diffusa è quella, secondo la quale, all’immobilismo ed al conservatorismo dello status quo è sempre e comunque preferibile qualsiasi tentativo di riordino dell’esistente. Posizione condivisibile se non fosse che l’intervento sull’attuale sistema universitario rischia di peggiore (addirittura) il presente.
L’impressione è che la riforma si riduca a tre patetiche manovre a corto raggio.
Ridurre i finanziamenti pubblici su discutibile diktat di Giulio Tremonti. Discutibile dal momento che, mentre in tutta Europa si accresce il finanziamento al mondo della ricerca e della formazione, in Italia, in un panorama alquanto già degradato, si ricorre a perverse analogie culinarie.
Creare dei consigli di amministrazione aperti a dinosauri locali di partiti e forze sociali, i quali occuperebbero senza alcun investimento (e probabilmente merito) un posto alquanto strategico per allettanti progetti “privati”, che siano economici e/o politici.
Rimandare qualsiasi procedimento meritocratico e quindi rendere sempre più insanabile lo scenario lavorativo dei ricercatori universitari. Ancorare l’assunzione dei ricercatori, dopo tre anni di prestazioni rinnovabili una sola volta, esclusivamente alla disponibilità finanziaria dell’università che li accoglie, disonora anni di studio e di sacrifici.
Da più parti si sente attaccare le manifestazioni studentesche accusandole di essere schierate politicamente o peggio di essere pilotate da alcuni partiti. La loro colpa sarebbe quella di essersi accorti solo oggi di tutte le difficoltà e i limiti del nostro impianto di istruzione pubblica. Rispondere che non è mai troppo tardi per difendere i propri diritti penso non sia solo la più scontata delle affermazioni, ma anche la più foriera di speranza.
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