Pagine

05 agosto 2011

Al supermercato si paga con la spazzatura: rivoluzione norvegese!



In Norvegia si fa la spesa con la spazzatura al posto dei contanti. Più spazzatura inserisci nelle macchine predisposte e meno paghi. Bottiglie, lattine, barattoli diventano così una risorsa. Chi butterebbe per strada il suo portafoglio? Il ragazzo italiano nel video dice "Se porti qua la spazzatura di Napoli campi per alcuni anni".
In Norvegia un sacco di spazzatura vale sei euro di spesa! E noi... siamo gli ultimi tra gli ultimi, con gli inceneritori, le discariche e le ecomafie.
Il sistema in realtà è molto semplice: al momento dell'acquisto della bevanda, sul recipiente di plastica/vetro o lattina si paga una sorta di tassa/cauzione, la quale verrà rimborsata al momento della restituzione (il meccanismo visto nel video).
In questo modo si impreziosisce il rifiuto, lo si rende economicamente attraente, scatenando una vera e propria "caccia alla bottiglietta smarrita"..
Non vi sembra una buona idea da implementare anche in Italia?

04 agosto 2011

"Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale". Parola di Nichi


Dalla prima lettera di Nichi Vendola al FattoQuotidiano

Gentile Direttore,
nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune, la Asl, lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) erano autentici “buchi neri” e non solo dei rispettivi bilanci. Il più inquinato capoluogo del Sud era passato dalle gesta populiste di Giancarlo Cito alla finta modernità aziendale di Rossana Di Bello. Un disastro che porta Taranto al record del più importante dissesto finanziario dell’intera storia italiana. Sullo sfondo di queste miserie altre miserie, la povertà esplosiva di periferie in totale abbandono, l’ingorgo di ciminiere industriali mai monitorate e, per aria e nel mare, tonnellate di inquinanti di ogni tipo. Ecco Taranto. Una città appesa alle millanterie della peggiore destra italiana, ma anche una città malata, oppressa dai veleni e dalla paura, prigioniera della propria disperazione. Io ho impegnato l’azione della mia amministrazione su molti fronti: innanzitutto quello ambientale, imponendo all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e dei furani, e poi una normativa anti-benzoapirene, portando i controlli a tappeto su tutto il territorio ionico.
La politica è stata per decenni il notaio degli interessi dei grandi gruppi industriali allocati a Taranto, con noi è cambiata la musica. Poi abbiamo dotato la rete sanitaria del Tarantino di infrastrutture e grandi macchine, perché la domanda di salute è particolarmente pressante laddove per oltre un secolo la città ha vissuto con l’amianto e con altri ingredienti funesti. Ma il ciclo della salute non può che essere, insieme alle bonifiche ambientali, una delle grandi linee strategiche di un diverso modello di sviluppo. Il punto è tutto qui. I due ospedali tarantini, il Santissima Annunziata e il Moscati, sono due strutture vetuste ed obsolete, del tutto inadeguate ad attrarre una domanda di ricovero e cura che è in costante fuga verso il nord e verso il circuito privato. Ricordo a me stesso che la mobilità passiva (e cioè i ricoveri fuori provincia) della sola Asl di Taranto costa alla Puglia circa 120/130 milioni di euro all’anno: come se ogni anno la mia regione regalasse un nuovo ospedale alla Lombardia. Per questa ragione abbiamo deciso di dotare Taranto di un ospedale pubblico di livello internazionale, un’opera di oltre 200 milioni di euro. 

MA CHE COS’È un ospedale? E cos’è un ospedale connesso all’università e quindi alla didattica e alla ricerca? Forse qualcuno pensa che si tratti di disegnare delle scatole e poi di riempirle di tecnologie e di équipe sanitarie. Non è così facile. Un ospedale è un’azienda che deve durare nel tempo, deve cercare di nascere in sintonia con le migliori pratiche mediche, deve essere una struttura che conosce la realtà epidemiologica del proprio territorio. Si poteva affidare a un qualche ufficio tecnico locale la pratica del nuovo polo della salute? Diciamo che la fantascienza mal si concilia con la prosa amministrativa. Abbiamo peccato nell’affidare al Centro ricerche dell’Università Bocconi la predisposizione del progetto preliminare? Io non credo. Potevamo scegliere di continuare a rattoppare i nosocomi esistenti? Certo, ma io penso che Taranto meritasse e meriti una risposta di radicale innovazione. Appunto: un polo della salute (cura, didattica, ricerca). Come lo facciamo? Qui entra in campo il San Raffaele di Milano, per una semplice ragione. Si tratta dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che occupa il primo posto nella classifica italiana degli Ircs. Si tratta dell’Università privata anch’essa saldamente in testa alla classifica della qualità. Cosa fa la Regione Puglia con il San Raffaele di Milano? Regala soldi a don Verzé? E io ignoro forse che don Verzé è amico del premier? Provo a rispondere. Noi non regaliamo un euro a nessuno. La struttura è pubblica, noi non abbiamo alcuna cointeressenza finanziaria col San Raffaele di Milano, il fatto che don Verzé sia amico di Berlusconi non cambia la classifica della qualità scientifica del polo milanese della salute. A me sta a cuore solo Taranto. Il San Raffaele è partner di una fondazione in cui la Regione Puglia è l’attore centrale e controlla la cabina di regia di questo progetto: questa fondazione ha la gestione sperimentale dello start up e dei primi 3 anni di vita del futuro complesso sanitario. Finita la fase sperimentale la Regione decide come proseguire.

NEL NUOVO ospedale ci sono gli stessi identici posti letto previsti dal piano di rientro per i due nosocomi attualmente funzionanti. I contratti che medici e infermieri stipuleranno saranno quelli del pubblico impiego. Ovviamente noi, di fronte all’attuale crisi del San Raffaele di Milano, abbiamo sospeso la pubblicazione del bando per la progettazione, in attesa che la situazione si chiarisca. Se il San Raffaele fallisce noi cercheremo un nuovo partner e andremo avanti. Comunque andrà Taranto avrà il suo polo ospedaliero nuovo e sarà una grande opera pubblica. Lo dico ai miei critici in buona fede: le scelte sono tutte opinabili, chi ha responsabilità pubbliche deve ogni giorno assumere decisioni. Spesso si può sbagliare. Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale né intendo fare affari con lui (anche perché io non faccio affari).

STO SOLO tentando di dare una grande chance a una città che ha troppo sofferto. Caro Direttore, approfitto della tua generosa ospitalità per una nota a margine. Da circa 30 mesi rispondo, quasi tutti i giorni, sulle brutte storie della sanità pugliese. Non mi sono mai nascosto dietro a un dito, non ho mai minimizzato la portata della “questione morale” anche nel centrosinistra. Ho sempre riconosciuto il mio errore di presunzione (chi lavora con me non può farsi neppure sfiorare da tentazioni diaboliche). Tuttavia, ho anche rivendicato la radicalità e la tempestività con cui ho reagito alle prime avvisaglie delle inchieste. Anzi, ho cercato di fare di più. Ho voluto una legge, l’unica che c’è in Italia, che scolpisce un percorso di formazione e selezione del management sanitario, lo affida a selezionatori indipendenti e di grande autorevolezza scientifica, lo sottrae al negoziato con i partiti. Se Dio vuole, abbiamo sfidato la cattiva politica.

In Italia c’è una crisi nella crisi, e si chiama Berlusconi Silvio



.. "Non so se lo sa, ma le voglio leggere un’agenzia fresca fresca che è stata appena pubblicata, di un noto comunista, il cui nome però lo dico dopo. Sono parole dette dopo il suo intervento: “E’ necessario avere una leadership più forte che ridia credibilità al Paese”. Cattivone!. Dice ancora: “Abbiamo un grande problema di credibilità del Paese, perché serve una leadership in grado di recuperare la coesione. Serve una leadership diversa. Il mondo non capisce la nostra confusione, non capisce cosa accade in Italia, e tutto ciò ci danneggia moltissimo. C’è chi ha compiuto anche scorrettezze mentre era al governo, nella sua vita quotidiana. In altri Paesi sarebbe stato costretto a dimettersi immediatamente. Invece da noi non succede nulla”.
Sa chi l’ha detto? Marchionne, mezz’ora fa. Sto comunista Marchionne! Ma tu capisci, caro Silvio? Deve porsi il problema, signor presidente del Consiglio, se anche un manager di quel genere le dice che Lei è fuori luogo e fuori posto. Questa è la verità.
Se non vuole ascoltare lui, ascolti questa lettera indirizzata a Lei e per conoscenza a tutti i parlamentari. Un gestore azionario di Londra di una delle più grandi società di gestione di capitali del mondo le ha scritto oggi una lettera. Lui evidentemente gestisce dei fondi, e scrive: “Le persone come me, che gestiscono le pensioni dei cittadini anche italiani, non credono più che la politica italiana abbia la capacità di risolvere i problemi del Paese. Con la conseguenza che, facendo gli interessi dei nostri clienti, ci troviamo costretti a vendere posizioni aperte sull’Italia, contribuendo nostro malgrado al profondo rosso sui mercati."
Non so se si è capito ma c’è una crisi mondiale come Lei dice, ma in Italia c’è una crisi nella crisi, e si chiama Berlusconi Silvio".

30 maggio 2011

Referendum 12-13 giugno: quesito nucleare


Dunque Napolitano ha firmato la leggina ammazza-referendum. Se non altro ha firmato in fretta, in modo da evitare ulteriori perdite di tempo.
Il primo di giugno la Cassazione deciderà se il referendum sul nucleare si farà. In caso positivo rimarrebbe poco più di una settimana per informare e motivare al voto la maggioranza degli elettori. Difficile, ma non impossibile, considerata la diffusa avversione sociale al nucleare. In caso negativo, si andrà a votare ufficialmente per gli altri tre quesiti. Ma idealmente per quattro. E sarà un modo per affermare una forte riappropriazione di cittadinanza, contro chi usa ogni mezzo per sabotare equilibri e processi democratici.
Inutile dire che una vittoria dei SI’ - unitamente a un esito favorevole alle forze di opposizione dei ballottaggi per le elezioni amministrative di oggi - rappresenterebbe un duro colpo alla tenuta del governo. Il segno tangibile di quel “cambiamento di vento” per il quale da tempo in molti siamo impegnati.
Da domani, archiviate le elezioni, il raggiungimento del quorum e la vittoria dei SI’ ai referendum, tre o quattro che siano, dev’essere il nostro prossimo obiettivo.

26 maggio 2011

Taranto, o ti ribelli o muori!


Taranto - quartiere Tamburi: nelle vicinanze opera lo stabilimento siderurgico dell’Ilva, il più imponente stabilimento italiano e uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell'acciaio in Europa.
A pochi passi dalla città, dai polmoni, dagli alimenti.. Molto lontano dalla legalità, dalla coscienza, dalla ragione!
Taranto è una città destinata a morire. Di inquinamento.
Parchi minerali, cokerie e camini che logorano ed invecchiano giorno dopo giorno bambini, donne e uomini.
La diossina prodotta dagli impianti dell'Ilva nel 2002 ha rappresentato il 30,6% del totale italiano. Sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni "a caldo" dallo stabilimento di Genova.
A questo dramma si aggiunge altra tragedia.. sversamenti di mercurio in aria e in acqua. Oltre due tonnellate di emissioni. Di morte.
Il tutto coperto, ammortizzato ed ammesso dinanzi alle ormai quotidiane ed ordinarie minacce di contraccolpi occupazionali che seguirebbero eventuali chiusure o divieti. Minacce diventate ormai inascoltabili ed inaccettabili. Perdere la vita pur di non perdere il lavoro non può essere normale. Non per sempre.
Taranto ribellati!

«Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro».
Ta-Tanka I-Yotank (Toro Seduto)

25 maggio 2011

E fece finta di non avere mai avuto paura.. Fece finta di non avere mai amato nessuna



"Nei suoi testi, macchiati dai forti toni del surrealismo, si vivono storie oniriche e tragicomiche di pagliacci, ubriachi e zingari innamorati. Partendo dalle sonorità e dai ritmi della musica popolare italiana Mannarino condisce il proprio mondo con elementi di musica balcanica e gitana, citazioni felliniane e evoluzioni circensi".
Signore e Signori vi presento Mannarino, artista dell'amore e ricercatore di felicità!

Ecco il testo de "L'Onorevole" presente nell'album Supersantos (2011).

Preso un lavoro e perso una donna
Andò sul canale a cercare la luna
Ma trovò nell'acqua salmastra L'altra sua faccia, solo più scura
E fece finta di non avere mai avuto paura
Fece finta di non avere mai amato nessuna
Andò al bar del cielo vuoto
Da bere costa poco
Lo paghi doppiamente solo il giorno dopo
Ordinò tre bicchieri pieni di ghiaccio e uno di perdono
E prese a costeggiare la via del superuomo
La mattina i colleghi dell'ufficio "Stomaco e conchiglie"
Lo trovavano pieno di rispetto
Sogno delle mogli, perfetto per le figlie
Prefetto, prefetto
La notizia del decesso arrivò nel pomeriggio
Nel vuoto giallo di un nuovo chiacchiericcio
Gli impiegati del partito andavano alla schiera
Con le gobbe ripiegate nella giusta maniera
La sua bara fu un leggio di frassino e betulla
E un discorso che diceva tutto e non diceva nulla
E davanti alle domande di una giornalista bella e bruna
Fece finta di non avere mai avuto paura
Fece finta di non avere mai amato nessuna
Il giorno seguente si presentò al lavoro
Con gli occhi vuoti e il raffreddore
Ed era deceduto solo da poco
Appena da dieci o dodici ore
Ma i segni della morte erano evidenti
E aveva biglietti della lotteria al posto dei denti
Fichi d'india al posto delle orecchie
Bacchette al posto delle mani
E al posto dei cani un branco inamidato di esseri umani

E quando gli dissero che l'economia era malata
E che la fame era la migliore cura
Fece finta di non avere mai avuto paura
Fece finta di non avere mai amato nessuna

Una settimana appena dopo il suo funerale
Aveva la testa rigirata sulla schiena
Ma trovò il modo di rimediare
Chiamò il generale Panciapiena
E ordinò i più feroci bombardamenti su tutti i suoi sogni passati
In difesa del popolo e dei giorni seguenti

A un anno dalla morte si vedevano solo le ossa
Era sparito tutto, persino la puzza
E guardava dall'alto della sua fossa la gente che manifestava nella piazza
E scorse fra la folla la sua amata
Con le lacrime in tempesta sopra il viso
E quando vide che veniva calpestata
Non si scompose, ma abbozzò un sorriso
E fece finta di non avere mai avuto paura
Fece finta di non avere mai amato
Di non avere mai amato nessuna

Amore mio come farò
Quest'inverno che t'ha gelato il sangue ti lusinga
Amore mio ti seppellirò
Questa notte che m'ha coperto il volto ti contenta

(Grazie a Lulù per questo testo)


www.angolotesti.it

24 maggio 2011

Falcone e Borsellino: due uomini soli diventati eroi.


Occhi osservano dall'alto della collina.

Occhi minacciosi, pieni di odio.

Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne.

Sono dentro un'automobile che corre verso la morte.

L'ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all'aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992.

Sono le 16:50.

Un jet dei servizi segreti decolla con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo.

Destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi.

Atterrerà 53 minuti dopo.

Li attendono 6 agenti con le loro auto, 3 Fiat Croma blindate.

Le vetture si muovono dall'aeroporto alle 17:50.

Falcone sceglie la Croma bianca.

Lui è al volante, la moglie gli siede di poco accanto.

Imboccano l'A29.

La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio.

Il sole taglia di traverso i finestrini mentre un caldo vento di scirocco accarezza tutti i loro volti.

C'è odore di mare.

Palermo dista solo 7 chilometri.

Le auto si stanno lentamente avvicinando allo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.

Dalle colline che sovrastano l'autostrada alcuni uomini seguono la scena, scatto dopo scatto, come se fosse la sceneggiatura di un film.

In un casolare vicino alla statale, ci sono i vertici di Cosa Nostra.

La Barbera sale sulla sua Lancia Delta e imbocca la strada che corre parallela alla Palermo - Punta Raisi.

Arrivato ad un punto prefissato si ferma e aspetta.

Gioè e Troìa inseriscono una ricevente vicino a 500 chilogrammi di esplosivo, in un tombino dell'autostrada.

Poi salgono con Brusca e Battaglia sulle colline di Capaci, sotto lo sperone di rocce bianche che interseca il profilo di Montagna Grande.

Sono le 17,56 minuti e 48 secondi, l'uomo della collina, Giovanni Brusca, sfiora il tasto del comando a distanza.

L'impulso raggiunge il tombino dove è collocata la ricevente.

I cinque quintali di tritolo, seppelliti nel canale di scolo, divampano, il boato è enorme, solleva cento metri di asfalto.

Nella prima auto catapultata a 5 metri gli agenti di scorta muoiono sul colpo: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo moriranno all'Ospedale Civico di Palermo.

Paolo Borsellino lo ripeteva come fosse un'ossessione: «Il mio problema è il tempo».

Lo diceva in quei cinquantacinque giorni dell'estate 1992.

Il 19 luglio 1992 a Palermo è una domenica calda.

Paolo Borsellino e la sua scorta raggiungono via Mariano D'Amelio, una strada chiusa, ostruita al fondo da un muro di tufo. Paolo Borsellino fa giusto in tempo a citofonare al numero civico 21, quando alle sue spalle esplode una Fiat 126 carica di tritolo.

Muore sul colpo, e con lui i sei uomini della scorta: Antonio Vullo, Emanuela Loi, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.

Così si moriva a Palermo. Soli. Senza la protezione dello Stato che si serve. Senza neanche il tempo di vivere.

Senza un saluto, senza aver chiuso l'ultima pagina di un'inchiesta.

Soli e minacciati. lavorando e basta. Soli.

Semplicemente soli.

Scriveva Giovanni Falcone:

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana."

"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."

"Non è retorico nè provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perchè i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno in un paese civile."

"Credo dovremmo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l'eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine".
”In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere ".

Questa è la nostra memoria. Quella che non deve mai andare dispersa.

Grazie eroi.

Racconto liberamente tratto dall' articolo di Daniele Biacchessi “In memoria di Giovanni e Paolo. Un ricordo di Falcone e Borsellino a 19 anni dalla strage di Capaci.” presente sul sito www.cadoinpiedi.it